Nell’area del Parco di Montioni le prime
testimonianze umane risalgono al Musteriano, i cui ritrovamenti si concentrano
soprattutto lungo le valli fluviali. Il territorio risulta frequentato anche
in periodo etrusco (recente il ritrovamento di un villaggio del VI sec a.C. in
Valle Petraia) e romano, ma le maggiori testimonianze risalgono al periodo
medievale, con la nascita di numerosi castelli: la Castellina, di Montioni
Vecchio, di Valle, di San Lorenzo, di Vignale. Nel cuore del Parco sorge
inoltre una costruzione fortificata, la
Pievaccia, costruita
probabilmente intorno al X – XI sec, che non può essere però ricondotta ad un
castello, ma ad una chiesa-torre e quindi con duplice funzione: religiosa e
difensiva.
Dei secoli a venire la zona del Parco
conserva solo le tracce di una cultura materiale, legata agli innumerevoli
modi di usare le risorse del territorio: miniere, carbonaie, fornaci a
carbone, tracce di antichi tagli del bosco ecc.
Il villaggio minerario di Montioni
L’etimologia della parola Montioni è incerta, un antico documento lo nomina
Mons Juni (Monte di giugno) un altro Montemmum (piccolo monte)
molti altri semplicemente Montioni.
L’origine
è probabilmente medievale, ma già nel 1300 il Castello di Montioni si
presentava diruto. Oggi pochi resti sono ancora visibili sulla sommità del
Poggio di Montioni Vecchio (266 metri slm).
La storia
di Montioni va di pari passo a quella dello sfruttamento delle miniere di
allume.
La
ricchezza di allume nel territorio di Montioni fu scoperta nel 1474 sotto
Iacopo IV Appiani (Principe di Piombino) che possedeva il castello.
La
scoperta dell’allume a Montioni scatenò contrasti con il Papa Sisto IV che
possedeva il monopolio, in sua mano erano infatti le allumiere della Tolfa
(scoperte nel 1461), unica fonte allora conosciuta di allume. La questione si
prolungò per decenni, portando anche a scomuniche papali per i cittadini di
Massa, sotto la cui giurisdizione si trovavano le miniere, accusati di aver
venduto il castello di Montioni quando questo era di spettanza della Camera
Apostolica. Nel 1550 si appianano le tensioni con la chiesa e le escavazioni
riprendono con maggior vigore data anche l’aumentata richiesta.
I
granduchi di Toscana sono sempre stati interessati alle cave di Montioni
benché ne siano entrati in possesso solo nel 1816 sotto Ferdinando III di
Lorena. Un certo sfruttamento ci fu a fasi alterne anche da parte di Cosimo I
dei Medici (intorno al 1550) che iniziò lo sfruttamento anche della miniera di
allume presso i Forni dell’Accesa e a Campiglia (1556). Una fase intensa di
lavorazioni si hanno sotto Francesco III di Lorena (primo granduca lorenese di
Toscana) (1743), che terminarono ben presto a causa delle pressioni dei
gestori della Tolfa. Nel 1747 lo Stato Pontificio pagò addirittura 12.000
scudi a Gaetano Domenico Buoncompagni - Ludovisi per la chiusura definitiva
della cava di Montioni. Come conseguenza si ebbe la rovina di gallerie e
impianti. Nel 1770 - 71 Pietro Leopoldo visitò le cave di Montioni trovandole
attive e con 26 lavoratori.
Nel
1788 l'industria dell'allume ebbe un tracollo per via della scoperta
dell'allume artificiale ad opera del francese Chaptal,
malgrado ciò durante
il periodo napoleonico Montioni conobbe il periodo di massimo splendore. Sotto
il governo della principessa Elisa Bonaparte Baciocchi, sorella
di Napoleone, fu costruito un nuovo villaggio minerario e le escavazioni
conobbero un deciso incremento.
Destituito
Napoleone Montioni torna sotto il governo dei Lorena. Nel 1821 dal Granducato
le allumiere furono date in affitto ai Sigg. Kleiber, Le Blanc, Porte. Ottima
gestione che migliorò la qualità dell’allume permettendo la concorrenzialità
con quello sintetico. Nel 1837 le allumiere passarono sotto la direzione delle
regie Miniere del Ferro di Follonica, le quali l’anno dopo costruirono una
strada rotabile per collegare Montioni a Follonica passando per Pecora
Vecchia. Nel 1851 a Montioni subentrò la Soprintendenza Generale alle
Possessioni dello Stato che migliorò ulteriormente le strutture industriali
delle Allumiere: “Le fabbriche di Montioni comprendevano il Palazzo dei
Ministri, il Magazzino dell’Allume, il granaio, i camerotti per i lavoranti,
la fabbrica detta delle Caldaie, situata di fronte alla prima, dove avveniva
effettivamente l’ebollizione dell’Allume ... A questi edifici seguiva un
piccolo casotto presso le Fornaci, alcune stalle, un fabbricato detto il
Palazzo della Vigna, le Botteghe, i camerotti, i magazzini e un Mulino… Si
aggiungeva al corredo delle fabbriche un impianto Termale diruto posto lungo
la strada che da Montioni conduceva alle cave, una Fornace in disuso, alcuni
casotti e, ad un miglio, circa di distanza dallo stabilimento, una seconda
fornace” [Capirotti di Finanze, 70, Prospetto del patrimonio
della cessata e reale amministrazione delle miniere e fonderie, 30 giugno
1851].
Per tutto
il XIX secolo le cave di Montioni funzionarono a pieno regime.
A seguito
della visita di Leopoldo II a Montioni nel 1856, si dette ordine di restaurare
i bagni termali costruiti da Elisa e ormai diruti. I lavori furono fatti in
economia, ma portarono nell’estate del 1856 alla apertura al pubblico dei
bagni. Già nel 1861 però si registrò un calo del livello di acqua nel cratere
di raccolta tanto che non era più possibile fare arrivare, tramite le tubature
predisposte, l’acqua termale nelle tinozze. La causa dapprima fu attribuita
alla siccità, poi con il perdurare del problema, si pensò ad una cattiva
impermeabilizzazione del cratere con il progetto, mai attuato, di rifare le
fondamenta del cratere stesso.
Nel 1860
per la cottura dell’allume si sostituirono le vecchie e costose caldaie di
rame con molto più economiche caldaie di ferro ottenendo così una notevole
economia di esercizio. In quegli anni la produzione di allume annuale passa da
385.420 libbre (1858-59) a 420.687 libbre (1860-61).
Le cave di allume di
Montioni conoscono la loro fine nel 1938 quando la società SIMEC (costituita
nel 1928 con sede in Genova) che aveva gestito Montioni dal 1930 sempre in
perdita, dichiarò il fallimento.